C’è chi pensa anche senza parole – Angelo Tartarini

Pettorina GoPro per cani

da La Stampa – 1/7/2009
Articolo di Angelo Tartarini (psicologo evoluzionista, università di Parma)

Cani, c’è chi pensa anche senza parole

I «quattrozampe» possiedono concetti simili ai nostri: una prova è la capacità di interpretare il linguaggio dei segni

Robert Benchley, un noto umorista e scrittore americano, un giorno scrisse: «Ho conosciuto molti cani, soprattutto cuccioli, che manifestavano reazioni mentali anche stupide, ma quasi quanto quelle umane».

Come sappiamo, i cani manifestano affetto e molte possibilità interattive con l’uomo. Jack London le ha descritte superbamente. Se ne sono accorti anche alcuni psicologi, i quali, in alcuni casi, li utilizzano a scopi terapeutici con la «Pet therapy». Più di un secolo fa uscì un libro dal titolo «Animal Intelligence». Nonostante i tempi non fossero ancora maturi per affrontare un argomento come questo, l’autore, George Romanes, disse che gli animali potevano possedere livelli di coscienza elevati. Lo fece esprimendosi in termini di «coscienza». Si trattò di una vera rivoluzione.

Oggi diremmo che tutti i cani sono in grado di ragionare, analizzare fatti e problemi, di pianificare e comunicare con altri cani e anche con l’uomo. Diremmo anche che i cani, al pari di molte altre specie, non sono solo ripetitori di semplici riflessi condizionati, ma che riescono a modificare agevolmente il loro comportamento. In sostanza, manifestano una certa intelligenza adattiva, lavorativa ed ovviamente anche istintiva. A proposito dell’istintiva, sappiamo che nei cani esiste un’avversione ad accoppiarsi con i consanguinei. In sostanza, sanno raggiungere livelli abbastanza elevati di comprensione di se stessi e degli altri e si può fare un’infinità di esempi.

Tutti conoscono il racconto di Ulisse, che torna dopo 20 anni a casa e il suo cane lo riconosce. Qui, Argo, tra tanti ricordi, ne ricostruisce uno importante, cioè quello di un uomo cui era affettivamente legato. Istantaneamente re-identifica quella figura. Non ha bisogno di riflettere e tanto meno di parlare. Si comporta come si comporterebbe qualsiasi umano che non fa uso della parola. Non solo crede a ciò che vede, ma va al di là del travestimento del padrone, dando prova di possedere la conoscenza vera. Rimane emotivamente colpito dall’immagine di Ulisse, immagine che non si era dilatata nello spazio e nel tempo. La mente di Argo, quindi quella di un cane, non è quella di un essere umano, ma si tratta pur sempre di una realtà sensibile e nostalgica.

In sostanza, perché si può parlare anche di mente animale? Secondo il filosofo americano Daniel Dennett, noi uomini siamo diventati creature popperiane e, al contrario di quelle skinneriane, siamo sufficientemente intelligenti da mettere in atto dei comportamenti, non più casuali, ma artefici di una continua riprogettazione culturale, con un’intelligenza che lavora su se stessa. Un processo simile può essere accaduto anche ai cani? In sostanza, il cane può fare consapevolmente uso di rappresentazioni mentali e di rielaborarle? Oppure, dal lato opposto, si può essere intelligenti anche senza esserne consapevoli o, se si vuole, esistono comportamenti inconsapevoli ma intelligenti, come quando guidiamo un’auto «in automatico»?

Anche se non è del tutto dimostrabile, i cani potrebbero possedere concetti più o meno simili ai nostri. Certo, noi uomini, più dei cani, ma non tanto di più delle scimmie antropomorfe, abbiamo la possibilità di acquisire modelli culturali più complessi, soprattutto grazie all’uso delle parole. Per noi sono simboli sonori che ci permettono di orientarci meglio nell’ambiente naturale e sociale, ma è solo il linguaggio che arricchisce le capacità cognitive e che ci fa riflettere sul pensiero? Oppure può anche un cane richiamare alla mente gli elementi di una soluzione, quando questi non forniscono alla sua memoria e alla sua esperienza un aiuto verbale?

Se formuliamo retoricamente questa domanda è perché dimentichiamo il fatto che un individuo – animale o umano che sia – non deve necessariamente risolvere un problema attraverso l’istruzione linguistica. L’esercizio può essere diverso, come può essere diverso il simbolo che lo rappresenta, verbale per l’uomo e non verbale per il cane. Il significante può assumere caratteristiche come quelle dei segni. Non è un caso che un cane interpreti benissimo i segnali umani. In sostanza, può possedere il concetto del gatto, tutto suo e diverso dal nostro. Potrà soffermarcisi anche se più rudemente di quanto faccia un uomo, ma non si può dire che il cane sia totalmente privo del concetto del gatto.

Il cane non si chiederà mai chi siano i gatti, se siano animali o robot, ma avrà il concetto di un qualcosa che si caccia e uccide. Il cane ha le sue competenze mentali, una propria forma di coscienza riflessiva, in qualche modo simile, anche se non uguale, alla nostra.
Durante l’addomesticamento abbiamo sempre trattato il cane come animale speciale e l’abbiamo reso più «umano» rispetto agli altri animali domestici. Non è stato difficile, perché discende da mammiferi sociali. Molte testimonianze archeologiche hanno dimostrato che i cani sono stati fondamentali nelle trasformazioni culturali dell’uomo e – dice una studiosa come Susan McHugh – questo è avvenuto in un contesto in cui il cane è stato avvicinato, anche se in modo ambivalente, a una sorta di divino mitologico. La razza canina, infatti, ha finito per rappresentare le gerarchie umane e, nel caso degli esemplari di piccola taglia, per incarnare una sorta di bambino sostitutivo. Il cane bastardo, invece, si è trasformato nel simbolo dell’uomo cattivo o nello stimolo per fargli tirare fuori i sentimenti migliori.

C’è un epitaffio sulla tomba di un terranova del poeta George Gordon Byron. Dice: «Possedette la bellezza senza vanità, la forza senza insolenza, il coraggio senza ferocia e tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi».

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